In questo caso il regista Rawson Marshall Thurber ha in serbo anche un messaggio edificante per il suo buddy movie antibullismo, e dunque gli sketch e le battute raramente abbandonano il recinto del politicamente corretto per famiglie, a differenza di altre sortite nel poliziesco demenziale recente come I poliziotti di riserva (per restare sull’asse Rock-Wahlberg) o Poliziotti Fuori: a farne le spese è soprattutto la parlantina di Kevin Hart, che così ripulita raggiunge il risultato di apparire soltanto insopportabilmente isterica, nonostante il suo personaggio si avvicini in più di un’occasione proprio a quello interpretato per Kevin Smith da Tracy Morgan.
Arricchito come si conviene da comprimari e cammeo di lusso (Amy Ryan, Aaron Paul, Jason Bateman, Melissa McCarthy), Central Intelligence è forse un tentativo di troppo nel sottogenere “spia super addestrata coinvolge ignara persona comune nella sua perigliosissima missione”, sempre in auge da Innocenti Bugie fino a Spy. L’avventura di questo “google di cioccolato” (per via delle sue capacità informatiche) e di questo “Bourne in calzoncini”, come i due si apostrofano a vicenda, non riserva né gag micidiali né sequenze action particolarmente notevoli, per quanto ben congegniate, e a volte si impantana in digressioni che smarriscono l’efficacia nonsense spezzando eccessivamente il ritmo slapstick della vicenda (il siparietto della terapia di coppia…).
Visti incipit ed epilogo, è probabile anche che lo schema di riferimento fosse quello dei due Jump street con l’accoppiata energumeno fragile – nanerottolo pestifero Channing Tatum/Jonah Hill: la percentuale black della variante si fa sentire soprattutto nell'arco del personaggio di Hart, che cerca un riscatto da una vita grigia e da una carriera d’ufficio “come un Will Smith nero” dopo aver brillato negli anni dell’high school come beniamino di tutta la scolaresca, ennesima e azzeccata allegoria di un’America che forgia la sua propaganda nell'indottrinamento degli anni della formazione scolastica visti come palestra alla competizione sociale e all'arrivismo individualista, e poi abbandona i propri prototipi ad un’esistenza là fuori priva di reali possibilità di smarcamento.
Arricchito come si conviene da comprimari e cammeo di lusso (Amy Ryan, Aaron Paul, Jason Bateman, Melissa McCarthy), Central Intelligence è forse un tentativo di troppo nel sottogenere “spia super addestrata coinvolge ignara persona comune nella sua perigliosissima missione”, sempre in auge da Innocenti Bugie fino a Spy. L’avventura di questo “google di cioccolato” (per via delle sue capacità informatiche) e di questo “Bourne in calzoncini”, come i due si apostrofano a vicenda, non riserva né gag micidiali né sequenze action particolarmente notevoli, per quanto ben congegniate, e a volte si impantana in digressioni che smarriscono l’efficacia nonsense spezzando eccessivamente il ritmo slapstick della vicenda (il siparietto della terapia di coppia…).
Visti incipit ed epilogo, è probabile anche che lo schema di riferimento fosse quello dei due Jump street con l’accoppiata energumeno fragile – nanerottolo pestifero Channing Tatum/Jonah Hill: la percentuale black della variante si fa sentire soprattutto nell'arco del personaggio di Hart, che cerca un riscatto da una vita grigia e da una carriera d’ufficio “come un Will Smith nero” dopo aver brillato negli anni dell’high school come beniamino di tutta la scolaresca, ennesima e azzeccata allegoria di un’America che forgia la sua propaganda nell'indottrinamento degli anni della formazione scolastica visti come palestra alla competizione sociale e all'arrivismo individualista, e poi abbandona i propri prototipi ad un’esistenza là fuori priva di reali possibilità di smarcamento.
