FORTITUDE - Stagione 3 - RECENSIONE

Tutto si era aperto, qualche anno fa, con un omicidio tra i ghiacci artici di Fortitude. Tutto, sulla distanza di tre stagioni, ha tagliato il traguardo affogandosi nel sangue dei protagonisti. Ammirammo, nel primo atto di questa serie, un grandioso Stanley Tucci nei panni di Eugene Morton, l’investigatore londinese incaricato di indagare sul macabro ritrovamento. Ma a sibilare a Fortitude, a rappresentare il vero e proprio pericolo non era tanto un assassino, ma un meschino e aguzzino virus, un biologico portatore di potere e male, nonché di morte.
In fondo, questo patogeno vuole essere lo specchio e il riflesso dell’immagine dell’oscurità che alberga dentro ogni essere, anche in quello più buono, anche in quello più giusto. Se messi alle strette, recitano i protagonisti, anche l’uomo dai più saldi principi cestinerebbe il suo credo per sopravvivere, per rispondere a quel primordiale bisogno di andare avanti, di rialzarsi in piedi. Dan Anderssen, il bravissimo Richard Dormer, lo sceriffo della cittadina è stato l’esempio più lampante.

La giustezza che scintillava sul suo distintivo e il sincero amore che provava per l’ormai defunta albergatrice di origini iberiche sono stati sotterrati dalla presenza di questo arrogante virus che, qualora non porti alla morte, crea dipendenza, tanto corvina quanto la sua cromatura. L’istinto omicida, quella follia brutale e sanguinaria brulica nel corpo ospite, capace di ogni atto malvagio pur di persuadere i suoi impulsi e i suoi desideri. Quanto il bene può annullare il male? Chi dei due è davvero il più forte? La risposta che ci fornisce la serie risiede un po’ in tutti i suoi personaggi principali, tranne forse nel povero Eric che, a differenza degli altri, riesce sempre a conservare integrità etica e morale, anche di fronte alla tragedia luttuosa che lo colpisce dopo il trapasso di Ildur. Non a caso, Eric sarà uno dei pochi a sopravvivere.
Tutto è corruttibile, ogni uomo lo è. Ma in qualche modo, anche a Fortitude esiste una legge divina, quella dei ghiacci, quella in cui ogni atto malvagio regredisce alla radice e viene punito dalla giustizia o da altro, atroce male!
Tutto sommato.
Tutto sommato, al netto di alcune imperfezioni e arrangiamenti, la serie di Fortitude è riuscita a distinguersi per singolarità del soggetto, per un’ambientazione che sfoggia paesaggi magnifici e irrimediabilmente malati ed inospitali, per l’interpretazione brillante di alcuni protagonisti, coadiuvati da una sceneggiatura volutamente confusionaria, ma che è riuscita a pennellare anche tratti di genialità.
Tutto sommato, l’assenza di Tucci, dopo la prima stagione, quando paventammo un sentimento orfano, viene ben coperta dall’inserimento in corsa dello sfortunato pescatore Michael Lennox, ovverosia Dennis Quaid. Nonostante il suo personaggio non centri decisamente nulla con quello dell’investigatore interpretato da Tucci, in qualche modo l’abbiamo avvertita come una degna sostituzione, vuoi per il carisma e la bravura dell’attore statunitense, vuoi per le vicende strazianti ed emotivamente coinvolgenti che gli abbiamo visto vivere nella seconda e nella terza stagione.
Molto bene anche il comparto musicale e sonoro in generale, capace, fin dalla sigla, di premiare quell’alone di giallo e mistero che avvolge la piccola e glaciale cittadina di settecento abitanti. Il criptico cielo artico, episodio dopo episodio, porta alla luce l’impurità dei suoi abitanti, svelando i segreti di ognuno di essi, mescolando le loro vite, facendole incontrare e scontrare, e dando loro il giusto e, perché no, anche brutale epilogo.
Salutiamo quindi la serie di Fortitude, consci di non aver assistito ad un capolavoro, ma soddisfatti comunque dalla particolarità del prodotto, stregati dai paesaggi e dal clima corrotto e tenebroso che certamente è riuscito ad assorbirci.

Titolo: Fortitude
Genere: giallo, thriller
Episodi: 4
Durata episodi: 46-49 minuti
Trasmissione italiana: Sky Atlantic